Cos’è davvero il gin (e perché nel mio lavoro è il distillato più interessante di tutti)

Pubblicato il 16 gennaio 2026 alle ore 15:42

Dietro il bancone vedo spesso la stessa scena: il gin viene ordinato con naturalezza, quasi con automatismo. Gin tonic, grazie. Eppure pochi si fermano a chiedersi che gin stanno bevendo davvero. Nel mio lavoro il gin è tutto tranne che banale. È il distillato che più di ogni altro racconta scelte, visioni, errori e intuizioni. Ed è anche uno dei più fraintesi.


Tecnicamente lo sappiamo tutti: il gin è un distillato aromatizzato in cui il ginepro deve essere l’aroma dominante. Ma questa definizione non spiega nulla di quello che succede nel bicchiere. Per me il gin è una tela bianca. Si parte da un alcol neutro e si decide cosa raccontare: freschezza, profondità, eleganza, tensione. Il ginepro è la firma, tutto il resto è interpretazione. Ed è per questo che due gin possono essere lontanissimi pur chiamandosi allo stesso modo.


Il gin non nasce per piacere. Nasce come rimedio, come necessità, come medicina. Arriva dall’Olanda, passa per l’Inghilterra, esplode come problema sociale e poi rinasce come simbolo urbano. I gin palace dell’Ottocento non erano semplici luoghi dove bere, ma spazi in cui riconoscersi. Ed è curioso notare come oggi il gin stia tornando esattamente lì: dall’essere consumo automatico all’essere esperienza consapevole.


Nel mio lavoro me ne accorgo ogni giorno: il gin non aspetta. Non aspetta anni in botte, non aspetta permessi geografici, non aspetta tradizioni intoccabili. Questa libertà lo rende il distillato più creativo del nostro tempo. È per questo che è diventato il linguaggio preferito di bartender, piccoli produttori e progetti indipendenti. Non tutto è memorabile, non tutto funziona, ma quando un gin è centrato lo senti subito, senza bisogno di spiegazioni.

Le botaniche sono il punto in cui il gin smette di essere tecnico e diventa personale. Non servono a stupire, servono a tenere in piedi il sorso. Agrumi per dare luce, spezie per creare struttura, radici per allungare il finale. Non conta quante siano, conta come stanno insieme. Un gin che urla stanca, un gin che dialoga resta. E questa differenza, chi beve con attenzione, la riconosce sempre.


Uno degli errori più comuni che vedo è trattare il gin come se fosse neutro. Non lo è mai. Usarlo senza pensarci porta a Martini sbilanciati, Negroni piatti, gin tonic confusi. Non esiste il gin migliore in assoluto, esiste il gin giusto per quel drink, in quel momento, in quel contesto. La differenza tra bere e capire spesso sta tutta lì.

Per me parlare di gin oggi significa parlare di cultura. Significa scegliere di capire cosa c’è nel bicchiere, scegliere di bere meno ma bere meglio, scegliere di non affidarsi al caso. TheAlcolblogger nasce da questo: dal desiderio di raccontare il bere come linguaggio e non come eccesso, come esperienza e non come automatismo.

Se anche tu pensi che un drink possa dire qualcosa, allora sei nel posto giusto.

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